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In attesa di un nuovo incontro...

Corso di specializzazione "Migrazione, Integrazione e Democrazia"

Il 4 ottobre è iniziato il Corso di Specializzazione su “Migrazioni, integrazione e democrazia”, il 18 ottobre interverrò parlando dell’Hate Speech (linguaggio dell’odio) e delle sue conseguenze.
Per tutti coloro che volessero partecipare, le iscrizioni sono ancora aperte. Vi allego il programma.

A lezione per imparare come relazionarsi

Vi aspettiamo alla Fiera Didacta 2019

Anche quest’anno sono a Firenze a Didacta, con Intrecci sempre in prima linea per formare nuovi esperti nell’accoglienza…

didacta

Come ti faccio il lavaggio del cervello. Il “metodo” Manson in un film

In sala dal 22 agosto (per No.Mad Entertainment), “Charlie says” di Mary Harron, viaggio nella mente di Charles Manson attraverso gli occhi di una psicologa e tre fedelissime della setta. Manson, lo ricorderete, è il musicista, manipolatore e mandante degli efferati omicidi che sconvolsero gli Usa nell’estate del ’69, tra cui l’assassinio di Sharon Tate. Il film si addentra nei meccanismi di manipolazione e dominio messo in atto al santone. Argomenti che la psicoterapeuta Terry Bruno suggerisce per fare “terapia in sala” …

Charlie says è il film di Mary Harron che uscirà il 22 agosto, per No.Mad Entertainment e che analizza le dinamiche sociali e antropologiche all’interno della setta di Charles Manson, musicista, manipolatore e mandante degli efferati omicidi che sconvolsero gli Usa nell’estate del ’69, tra cui l’assassinio di Sharon Tate.

Il titolo ricorda il gioco Simon says o Simone dice, secondo il quale i bambini eseguono i comandi che l’adulto di riferimento inserisce nella frase che inizia con Simon says. Il titolo, infatti, richiama quello che le tre ragazze appartenenti alla setta e condannate a morte per i brutali omicidi compiuti negli anni ’60 dicono ogni volta che devono esprimere un loro pensiero: “Charlie dice…”.

La pellicola è una splendida ricostruzione storica della “famiglia Manson”, attraverso l’intervento della psicologa del carcere Karlene Faith sulle tre giovani donne, adolescenti all’epoca degli omicidi. L’obiettivo di Karlene è capire non solo cosa le avesse spinte a compiere quegli atti efferati, ma anche renderle consapevoli di ciò che avevano compiuto.

Un obiettivo molto arduo e pericoloso soprattutto per le ragazze, che avrebbero dovuto incominciare a destrutturarsi e a togliersi quella corazza creata per sopravvivere in una realtà apparentemente idilliaca, ma realmente distruttiva.

Attraverso gli occhi e i racconti delle tre accolite di Manson, viene rappresentata la figura carismatica e allo stesso tempo agghiacciante del “santone”, il suo modo di agire e la sua capacità di soggiogare tutti coloro che gli erano vicini.

Dal punto di vista psicologico il suo comportamento manipolatorio è molto interessante. Iniziava con una destrutturazione della personalità, un annullamento della vera identità, con la sostituzione del vero nome con uno scelto da lui. Il passato veniva cancellato, in quanto costituito da regole date dai genitori che avevano creato schemi in cui imprigionare le loro menti, mentre soltanto il presente diventava importante per vivere insieme a lui la libertà di essere se stessi, lasciando andare il proprio ego.

Una libertà apparente, però,  poiché Manson non faceva altro che creare nuove regole, nascondendole dietro un’illusoria libertà, e annichilendo il ruolo delle donne, soprattutto, trasformate in mero oggetto sessuale, per soddisfare i desideri maschili degli accoliti della setta, ma soprattutto dei suoi desideri.

Lui era il padrone del loro corpo, della loro mente e della loro anima. Era un’alienazione continua della mente altrui, attuata mirabilmente con un gioco di sguardi, di movimenti, del tono della voce e di quel guizzo di follia che spaventava ma che allo stesso tempo affascinava.

Charlie non faceva altro che soddisfare quei bisogni inconsci di chi si avvicinava alla sua comune, quel desiderio di libertà, di affetto e di considerazione tanto ricercato nella loro vita. Per cui bastava dare rilevanza positiva a un difetto, per poi ripeterlo in coro, in modo ossessivo.

“Il tuo corpo è come una pianta, se non gli dai amore, morirà”. Con questa frase si giustificava l’abbattimento di qualsiasi inibizione sessuale, lasciando andare l’intera comunità a rapporti di gruppo, spesso sotto gli effetti di stupefacenti.

Ma come riusciva Manson a ottenere “liberamente” ciò che voleva? Utilizzava quella che viene definita Psicologia inversa, una pratica che induce una persona a fare o dire qualcosa che in realtà non vuole fare. Charlie, infatti, per indurre una ragazza resistente al suo approccio sessuale, usava frasi del tipo: “Capisco che non hai voglia, qui non costringiamo nessuno, allora andiamo dagli altri”. Ottenendo così dalla ragazza la risposta opposta al suo desiderio: “No, lo voglio”.

La pratica della Psicologia inversa la ritroviamo particolarmente nell’adolescenza, nel processo di ricerca dell’identità. Gli adolescenti, infatti, detestano coloro che vogliono dire loro cosa fare o condizionare le loro scelte, per cui fanno l’opposto di ciò che viene detto.

Quindi quello che Manson faceva con le sue “vittime” era di farle sentire indipendenti, libere di scegliere, e lui ne veniva fuori sempre più forte e idolatrato.

Un altro modo di condizionare le ragazze era quello di agire sul complesso di Elettra. Il complesso di Elettra è una sorta di complesso di Edipo al femminile. Secondo lo psicanalista Carl Gustav Jung non è altro che il desiderio inconscio della bambina di possedere il padre entrando in competizione con la propria madre per il possesso del genitore.

Manson lo utilizzava con le sue accolite-amanti facendole pensare a lui come a un padre con cui liberarsi delle loro inibizioni e delle brutte esperienze che schiacciavano le loro vite. Questo modo di agire si era talmente insinuato nella mente delle sue vittime da creare un nuovo modo di essere, nuove credenze che si radicavano sempre più profondamente col passare del tempo, tanto che dopo anni passati in carcere, continuavano a esistere.

Il condizionamento continuo veniva anche attuato col ripetere all’unisono, a voce sempre più alta e incalzante, frasi mirate al raggiungimento di un obiettivo, creando una sorta di galvanizzazione, uno stato altamente suggestionabile, tanto da indurre a effettuare qualsiasi comando anche sbagliato o senza senso.

Un atteggiamento che ritroviamo nei culti politici, religiosi e militari, il cui leader si assicura che venga sempre seguito nella sua linea di pensiero. Questo condizionamento, sempre più incalzante e devastate portò negli anni ’60 all’uccisione di molte persone tra cui Sharon Tate, moglie del regista Roman Polanski.

Quello che Manson inculcava era che la vita e la morte sono la stessa cosa, per cui non c’è niente di cui aver paura. Quindi se non puoi aver paura, non esisti.

Interessante è l’approccio che Karlene attua con le tre giovani donne condannate all’ergastolo, partendo dalla lettura di un libro sulle violenze domestiche. È un modo indiretto per portarle a considerare che anche loro avevano subito delle violenze, di cui però non erano consapevoli.

La loro prima reazione, infatti, è un senso di tristezza per ciò che quelle donne, menzionate nel libro, hanno subito. A poco a poco la psicologa le porta a riconsiderare se stesse, i propri pensieri e a smettere di dire: “Charlie dice…”. Cominciare a vedere le cose diversamente e a rendersi conto che ciò in cui avevano creduto era solo il risultato di un lavaggio del cervello.

Coloro che Manson ha soggiogato avevano bisogno di essere amati, di sentirsi importanti, in modo incondizionato, per questo avevano accettato l’annientamento di se stessi pur di avere, apparentemente, un briciolo d’amore e considerazione. Ma a cosa è servito tutto questo? È la domanda implicita che pone Karlene alle tre “sopravvissute” della “Manson Family”. Una domanda che continua a rimbombare ancora nella loro testa, nella piena consapevolezza dell’orrore che hanno creato.

Le emozioni

Inizia un viaggio nelle EMOZIONI… Attraverso questi video avremo la possibilità di osservare la loro influenza sulla nostra psiche e il loro rapporto con l’arte e con i colori. Verranno offerti anche TECNICHE e SPUNTI per viverle in modo migliore, imparando ad utilizzarle come propulsore e non come freno all’interno delle nostre vite. Buona visione!

A un metro da te

Come ci si può amare senza toccarsi, senza un bacio o una carezza? È quanto affrontano i protagonisti di “A un metro da te“, il film di Justin Baldoni, ispirato all’omonimo romanzo (Mondadori) di Rachael Lippincott che tratta il tema della fibrosi cistica, malattia che impedisce il contatto fisico. E quindi anche il tema della vita e della morte, della necessità del rispecchiamento materno e di come la rete, in questo caso, possa aiutare.  Argomenti che la psicoterapeuta Terry Bruno suggerisce per fare “terapia in sala” …

È in sala (dal 21 marzo per Notorious Pictures) il film diretto da Justin Baldoni, A un metro da te, tratto dall’omonimo romanzo di Rachael Lippincott, tradotto da Mondadori.

È una storia d’amore tra due ragazzi affetti da fibrosi cistica, malattia che non permette loro di avere alcun contatto, ma di mantenere una distanza di sicurezza di due metri.

Un film pieno di emozioni che tratta varie tematiche alquanto complesse come il senso della vita e della morte, la malattia e le sue regole, l’amore, un sentimento visto in un modo diverso e come sia possibile viverlo anche senza quel contatto fisico così importante e primordiale.

Una connessione sentimentale creata intorno a presupposti diversi dal “contatto fisico” che è il primo atto di comunicazione che avviene alla nascita. Le carezze, gli abbracci hanno un potere speciale, il potere di comunicare l’affetto e i sentimenti che, già da piccolo, il bambino riesce a comprendere, ricevere e interiorizzare.

Avere un contatto fisico significa entrare nella zona intima, quella in cui tutti siamo più vulnerabili, che ci aiuta a sentire più vicina l’altra persona e così aumenta la nostra empatia verso di lei/lui, e il rispetto per le sue emozioni e sentimenti. E allora è possibile amare qualcuno senza sfiorarsi, sentire il calore dell’altro sotto le proprie mani? E come dice Stella (interpretata da Haley Lu Richardson), la protagonista: “Contatto fisico. Abbiamo bisogno di quel contatto con la persona che amiamo quasi quanto il bisogno di respirare. Non l’ho capito fino al momento in cui non ho più potuto averlo”.

Come spesso accade ci si rende conto di quanto qualcosa o qualcuno siano importanti quando non si ha più la possibilità di averli e allora si riesce a scoprire un altro modo per sopravvivere. Stella e Will (Cole Sprouse) s’innamorano senza mai toccarsi e il loro amore è così speciale perché nasce con la consapevolezza che ci sono infiniti modi per stare insieme, anche senza toccarsi.

È il condividere emozioni, dolori, paure, ma anche gioia, divertimento che porta a quell’intimità che ognuno di noi dovrebbe sperimentare. Il godere di ogni attimo che la vita ti offre, il vedere le luci, il paesaggio, il sentire l’aria che penetra dentro di te e ti accarezza, l’ascoltare il silenzio e quei rumori a cui spesso non dai ascolto.

Questo è assaporare la vita. E te ne rendi conto solo quando stai lì per perderla e magari hai desiderato di farlo, perché non c’era uno scopo che giustificasse la necessità di non farlo. Ma nel momento in cui incominci a vedere le cose diversamente, da un altro punto di vista, in cui ti rendi conto che aprirti al mondo ti fa sentire vivo, ecco che ogni momento acquista un sapore diverso.

Ed è proprio quello che Stella ha fatto con Will, gli ha insegnato a sperare, a dare valore a se stesso, alla sua vita, che c’è altro da sperimentare, stravolgendogli la sua visione del mondo. È un incontro tra due mondi diversi che riescono a integrarsi perché si hanno degli obiettivi comuni supportati dalla forza dell’amore.

Stella è l’espressione di una generazione post-millennial che utilizza il vlog o “video-blog”, una sorta di diario personale sottoforma di video, pubblicato su YouTube. Questo modo di comunicare è una sorta di appagamento nell’essere visti e considerati. È quel senso di benessere e sensazione che percepisce il neonato, nel rispecchiarsi negli occhi della madre non vivendo un’identità separata da lei. In questo modo sperimenta la propria esistenza.

Secondo Winnicott, pediatra e psicanalista, se il rispecchiamento materno risulta essere positivo si possono mettere le basi per la nostra sicurezza, autostima, e avere fiducia in noi stessi. Se invece il rispecchiamento risulta essere carente si svilupperà una sensazione d’inadeguatezza, sperimentando un senso di rabbia e angoscia in seguito alle emozioni negative provenienti dalla madre.

In questo caso ci sarà la ricerca negli altri di qualcosa che possa riempire quel vuoto interiore e così la rete diventa un sostituto degli occhi della madre nella primissima infanzia e permette di sentirsi un po’ importanti come non lo si è mai stati.

Davanti all’obiettivo Stella racconta la sua verità, in modo ironico, ma anche solare, un modo utile a se stessa per elaborare la sua malattia e agli altri come lei per non sentirsi soli. Ed ecco che YouTube assume una connotazione diversa, diventa uno strumento per abbattere le barriere, e favorire il contatto, quel contatto che in soggetti come Stella e Will viene negato, per una loro protezione.

Attraverso il cellulare, l’IPad, lo schermo del computer, nasce quella connessione e quella conoscenza che va oltre il semplice contatto. È un gioco di sguardi, di sorrisi, ma anche di accettazione di se stessi, della propria esistenza, del proprio corpo pieno di cicatrici, che non per questo può perdere la sua sensualità, perché tutto nasce da come si percepisce l’altro, dal significato che gli viene dato, da quell’emozione che può creare quel piacere di sfiorarsi mentalmente attraverso lo sguardo, dando vita a qualcosa di magico. A questo punto le distanze improvvisamente si riducono e si dissolvono. A volte gli amori più grandi sono quelli che non iniziano con un colpo di fulmine ma superando insieme gli ostacoli.

A un metro da te è un inno alla vita, ma anche all’amicizia e all’amore, di come si possa stare vicini solamente rimanendo uniti. È un film che ci fa riflettere su quanto si può essere fortunati nel poter toccare, baciare e stringere tra le braccia coloro che amiamo, e quanto sia importante lasciarsi andare alle emozioni, vivere il presente anche nell’incertezza del futuro, ma soprattutto godere di ogni attimo che la vita ci offre e di non dare nulla per scontato.

Captain Marvel: una supereroina di cuore e di testa

Emozioni, ricerca della propria identità, potere dell’amicizia, ristrutturazione delle ingiunzioni, sono i temi che ritroviamo nell’ultimo spettacolare e avvincente film della Marvel, Captain Marvel, nelle sale cinematografiche da alcuni giorni. È un viaggio nella memoria alla ricostruzione e alla ricerca di se stessa da  parte del supereroe al femminile Carol Danvers, interpretata mirabilmente da Brie Larson, pilota dell’Air Force, che diventerà Captain Marvel. Un personaggio con una grande forza fisica ma soprattutto psicologica, che unisce il cuore alla testa per combattere la bugia, la disonestà, il bisogno di potere, sempre più presente nelle diverse dimensioni. Captain Marvel è un film che avvince e che trasmette vari messaggi che lo spettatore un po’ superficiale magari non nota. Molti potrebbero chiedersi, cosa c’è al di là della spettacolarità delle varie scene create al computer, con inseguimenti intergalattici, esplosioni e, perché no anche un po’ di umorismo. Ebbene nel film si parla di emozioni, di come esse siano importanti ma allo stesso tempo deleterie in quanto possono togliere lucidità. Quello che deve predominare è invece la razionalità, chiamata nel film Suprema Intelligenza, fondamentale per poter avere successo, per
cui occorre controllare se non addirittura reprimere le emozioni. Sin da piccoli ci hanno insegnato a controllare i propri pensieri e le proprie emozioni, con frasi del tipo “Non piangere, fai l’ometto!”, oppure “Cerca di non pensarci, e passerà!” oppure “Non essere debole!”, si perché mostrare le emozioni equivale a essere un debole. Questo può portare, in età adolescenziale e adulta, a un inaridimento, a un distacco emotivo da ciò che ci circonda, ma ci sono dei valori che non si riescono a sopprimere, come ad esempio quello dell’amicizia. Ed è proprio l’amicizia, in questo caso al femminile,
che porta la nostra eroina a ritrovare se stessa, a rimanere in contatto con la sua umanità e a non aver paura delle sue emozioni, in modo particolare della sua rabbia, tenuta sempre a freno ma mai gestita e incanalata nel modo migliore per esternarla.
La rabbia è una delle emozioni di cui noi tutti siamo affascinati, ma nello stesso tempo impauriti, perché può essere devastante e ci sentiamo prede di un qualcosa di incontrollabile che ci trasforma e ci annienta. E così Vers, questo è il nome di Carol sul
pianeta Kree dove era giunta priva del suo passato, deve reprimere le sue emozioni ma soprattutto la rabbia che le permette di tirare fuori la sua forza, la sua potenza, la sua determinazione, quella rabbia che non fa altro che dare potere al proprio
“nemico”, per questo la ragione deve dominare sull’emozione. L’essere, però, privati del proprio passato ci lascia alla mercé dell’ignoto e facilmente preda di qualcosa che può penetrare dentro di noi e insinuarsi subdolamente. Il ritrovare la propria identità riflette l’esperienza di ogni individuo impegnato fin dall’infanzia a scoprire le passioni, le capacità e le visioni che lo accompagneranno nel lungo cammino nel mondo.
Ciò che la nostra eroina ci comunica attraverso molti flashback del suo passato, con episodi di bullismo a sfondo sessista e di prevaricazione e svilimento in quanto donna, è che non importa quante volte tu possa cadere, non importa quante volte ti sei
sentita tradita, delusa, calpestata, occorre sempre rialzarsi. Spesso non è facile, è faticoso, ma possibile. Questo da cosa può derivare? Alcune volte non si riesce a individuarne la causa. È una motivazione, una spinta interiore che può essere diversa
in ognuno di noi, può essere un supporto esterno che ci dà forza e coraggio per rialzarci, o il ritrovare se stessi che ci spinge a capire che occorre provare e riprovare, perché in questo modo possiamo procedere con maggiore sicurezza nel lungo viaggio
della nostra vita.

Congresso Nazionale Ait

La Dottoressa è intervenuta nel Congresso organizzato presso il Sant’Andrea, organizzato dall’Associazione infermieristica tranculturale (Ait) con l’obiettivo di fornire un quadro programmatico della situazione immigratoria nella zona di Roma e provincia, focalizzandosi nell’accoglienza e supporto dell’altro in situazione di disagio.

Combattiamo il Bullismo e il Cyberbullismo!

Continua la battaglia contro il bullismo! come poter fare? Impariamo a prevenirlo!

La Earth da molti anni si impegna ad informare e ad assistere i ragazzi nelle scuole.

Questa è una foto del 21 febbraio 2019 dell’intervento della Dottoressa Terry Bruno e del Dottore Jean-Luc Giorda con i ragazzi di II e III media nell’istituto di Alatri.